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Il Montefeltro alla ricerca di sé. Fare futuro con la cultura e la creatività. Diario di un’avventura intellettuale

30 gennaio 2015

Riportiamo qui di seguito un estratto del contributo di Giorgio Mangani, coordinatore scientifico del progetto di informazione e comunicazione del Distretto Culturale Evoluto “Urbino e il Montefeltro”, presente nella pubblicazione Paper – Distretto Culturale Evoluto “Urbino e il Montefeltro”: innovare con la cultura e la creatività.

L’interessante analisi può essere letta interamente scaricando la versione in pdf del Paper pubblicata nella sezione “Documenti”.

“(Ettore) andò subito a presentarsi e gli diedero l’incarico di finire la scuola alla Torre di San Tommaso, sulla Cesana. Il primo giorno agli alunni di quarta e quinta domandò: Che cosa pensate di Urbino? – Gli alunni non risposero e si misero a ridere”.

Paolo Volponi, La strada per Roma (in Romanzi e prose, a cura di E. Zinato, Torino, Einaudi, 2003, p. 600)

La diagnosi e la riflessione sulla crisi profonda del capitalismo italiano è stata formulata precocemente, e non solo sul piano narrativo, a Urbino con l’opera di Paolo Volponi già negli anni Settanta del secolo scorso. Gli anni delle grandi ristrutturazioni, degli esuberi, della finanziarizzazione del capitale, del lavoro sempre più precario e flessibile, della crisi del welfare. Con lo scrittore urbinate, il Montefeltro contadino e feudale degli anni Cinquanta de La strada per Roma divenne il laboratorio culturale per un’analisi impietosa quanto appassionata delle speranze e delle insidie dell’industrializzazione italiana.

I due personaggi che dialogano, Ettore e Guido, sono le controfigure di due differenti ambizioni di quel che oggi chiameremmo lo “sviluppo locale”. Da una parte Ettore ricerca la possibilità di fare qualcosa restando a Urbino; dall’altra Guido viviseziona l’ingenuità di quelle speranze per il “nuovo” che avanza, parola vuota, prostituta che si offre alla meschinità e alle prevaricazioni di tutti coloro che la usano per i propri scopi. Ettore resta e diventa un socialista umanitario, Guido invece parte per la capitale alla ricerca della fortuna, inseguendo il proprio narcisismo, insoddisfatto dell’insufficienza delle analisi troppo scolastiche degli impegnati amici del bar, che sanno troppo di improvvisate letture della “saggistica Einaudi”. (“Bisogna invece parlare sempre della stessa cosa, cioè studiarla per vedere10 se è vera, com’è, come può essere trasformata”, p. 698).

Alla fine, i due personaggi tradiscono una consapevolezza della complessità e della contraddittorietà delle rispettive posizioni. L’analisi ottimista e impegnata di Ettore è poi cosciente dei problemi che si porta dietro, per impattare nel riso degli studenti delle Cesane (“Tutti i geometri, i maestri, gli impiegati, tutti gli uomini d’ordine che da Pergola, Urbania, Orciano scendono a Pesaro a comandare, sono così. Altro che industria o cambiamenti: prima debbono mangiare tutti questi qui; tutto fino ai sassi, e siccome siamo in democrazia, sono tanti; la maggioranza, implacabili come un esercito di cavallette”, p. 699). Ma anche l’insoddisfazione che porta Guido a Roma lascia il sospetto che puntare solo su se stessi non sia risolutivo.

L’avventura del progetto Distretto Culturale Evoluto “Urbino e il Montefeltro” è in fondo, magari inconsapevolmente, partita da lì, da dove finisce la strada per Roma. Ancora una volta, venticinque anni dopo la sua uscita (ma più di cinquanta dalla sua scrittura), il Montefeltro, come ogni altra regione italiana, si trova di fronte a scelte analogamente drammatiche e cocenti.

Urbino non è nel frattempo diventata un museo, come presagiva Guido, ma anche l’industrializzazione è arrivata a metà; quel tanto che serviva per migliorare un po’ le condizioni di vita, mentre un turismo universitario e residenziale, meno impegnativo di un distretto culturale che avrebbe costretto a fare delle scelte tra industria e turismo, ha consentito di vivacchiare e mettere da parte.

Il paesaggio e le luci del Montefeltro hanno conservato in fondo intatto il loro fascino; il che non è poco. E il tessuto sociale non è marcio come in molti altri luoghi d’Italia. Se un Ettore di oggi chiedesse ai propri studenti che cosa pensano della loro città, oggi probabilmente non gli riderebbero in faccia; magari insulterebbero i politici e la casta, ma l’idea che uno sviluppo locale possa, debba esistere, ce l’avrebbero, visti anche gli effetti della globalizzazione. Andare a Roma, oggi, non sarebbe più un dilemma, sarebbe inutile, perché anche a Roma il lavoro non c’è.

Già negli anni Novanta del secolo passato anche nelle Marche, quando di crisi nessuno voleva ancora parlare e le ricerche che la prevedevano venivano fatte sparire, si era cominciato a parlare dei “distretti culturali”.

Pensato sul modello del distretto industriale teorizzato da Alfred Marshall nel 1920, che registrava il plus di competitività di aree caratterizzate dalla concentrazione di competenze e servizi cresciuti spontaneamente intorno a un segmento produttivo, il distretto culturale avrebbe dovuto costruire un brand territoriale nel quale si sarebbero potute sviluppare economie connesse alla valorizzazione dei beni culturali. Nel volume del 1999 che faceva un primo bilancio della riflessione economica sul tema (La storia al futuro. Beni culturali, specializzazione del territorio e nuova occupazione, Firenze, Giunti), curato da Pietro Valentino, venivano presentati anche alcuni casi in progress e in progetto, uno dei quali era significativamente il Montefeltro (a cura di D. Fucili e A. Pandolfi).

Alla fine della fiera un distretto culturale metteva a sistema il proprio patrimonio per farne un attrattore di interesse, investimenti e turismo.

Questo modello andò poi in fumo negli anni successivi, un po’ per la crisi economica, un po’ per la difficoltà cronica italiana di far dialogare conservazione, ricerca e impresa, lasciando sul campo un sistema di servizi ai beni culturali rachitico e in fase calante.

Il nuovo paradigma emergente che si fa avanti è adesso quello del “distretto culturale evoluto” che sposta l’attenzione dalla valorizzazione del patrimonio alla funzione strategica svolta nello sviluppo locale dalla cosiddetta “economia della conoscenza”. Le cose sono un po’ più complicate, ma ci possiamo arrivare. L’attenzione per una nuova concezione del distretto culturale, che l’economista Pier Luigi Sacco ha definito convenzionalmente come “evoluto”, nasce, infatti, dalla scarsa efficacia registrata dai distretti culturali, rivolti, a imitazione di quelli industriali, a valorizzare aree particolarmente ricche di beni culturali (cioè già esistenti) dal punto di vista turistico, in sostanza per sfruttare uno stock di patrimonio come l’industria fa con il prodotto.

La specificità introdotta dal termine “evoluto” sta invece nella considerazione, dedotta dalle profonde trasformazioni della produzione industriale moderna, che la cultura è un efficace mediatore tra filiere produttive differenti, capace di creare le condizioni più favorevoli per l’innovazione, che è oggi l’obiettivo più ricercato dalle imprese e dai mercati.

L’obiettivo è quindi creare, in una specifica area, le condizioni ottimali per una economia della conoscenza capace di favorirne la competività, passando da una idea “fruitiva” del patrimonio che registra utenti prevalentemente passivi a fianco di esperti che li istruiscono, a un’idea produttiva della cultura che nasce dall’interpretazione e fertilizzazione consentita dai beni culturali e dalla cultura diffusa (non solo quella già creata, ma anche quella da produrre).

Muoversi in questa direzione significa puntare sulla capacità dinamica dei soggetti di un territorio piuttosto che sulla creazione di cattedrali nel deserto o di megaeventi, creando le condizioni per la costruzione fisica e digitale di cluster creativi.

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