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Cultura e tradizione: il tessile secondo quelli che hanno fatto storia

12 maggio 2015

IMG_1488Lo showroom della ditta Trattamenti Tessili Italia a Sant’Angelo in Vado è stato lo scenario del secondo incontro organizzato dal Distretto Culturale Evoluto “Urbino e Montefeltro” nell’ambito del ciclo di eventi dal titolo DISTRETTO CULTURALE EVOLUTO: L’ECCELLENZA DEL TERRITORIO. All’interno di un vero e proprio museo del jeans, con oltre 25mila capi dagli anni ’80 ad oggi, di fronte a una sala gremita, si è parlato del passato e del futuro del tessile, del suo spirito di adattamento alla crisi e alla sua apertura verso l’innovazione.
Il via ai lavori è stato dato da Romina Pierantoni, presidente della Unione Montana Alta Valle del Metauro, capofila del progetto, che ha sottolineato l’importanza del “tornare a coinvolgere tutti i soggetti che hanno segnato la storia del tessile, imprenditori in primis. Intendiamo il Distretto Culturale Evoluto anche come un richiamo verso la tradizione che ci fa tornare il sorriso sulle labbra pensando al passato e alla Valle del Jeans. Possiamo contare sul valore aggiunto dell’esperienza di chi ha provato a portare ricchezza con il suo spirito imprenditoriale. L’obiettivo di questo incontro è riportare in questi tavoli l’esperienza di chi ha fatto qualcosa di storico ed è rimasto ad alti livelli”.IMG_1486
Anche il commissario prefettizio Antonio Angeloni si è detto soddisfatto di ospitare questo evento: “È un onore poter essere qui in una sede storica del tessile, va sottolineata la curiosità per la professionalità e per quello che è il bagaglio di conoscenze dei grandi nomi presenti in sala, ma anche per il filone del rinnovamento con tante idee che guardano al futuro in una realtà territoriale che è da sempre legata all’eccellenza nel settore”.
Anche Daniele Tagliolini, presidente della Provincia di Pesaro e Urbino, ha voluto essere presente in questo incontro importantissimo per la sua comunità: “Il DCE non è un’avventura fumosa. L’approccio innovativo e culturale deve avere dei testimonial e oggi ci sono, servono ora confronto e dialogo per intraprendere delle sfide di innovazione ed avere finalità condivise verso il futuro. Se riusciremo a mettere in condivisione professionalità trasversali, magari legate al mondo della cultura e dei giovani, avremo vinto la nostra sfida”.

Dopo i saluti delle istituzioni si è entrati nel vivo dell’argomento, con la parola a Piergiorgio Cariaggi, uno dei nomi più importanti a livello mondiale per i filati di qualità, alla guida di un’azienda giunta ormai alla terza generazione che rappresenta un brand conosciuto nel mondo e richiesto dai più grandi stilisti mondiali, tanto da vantare un ufficio interno a maison come Hermes e Dior.
“Il tessile ha da sempre rappresentato un settore in cui gli italiani erano maestri, è un settore basilare per la nazione, uno di quelli che più di tutti identificano il Made in Italy. Il Lanificio Cariaggi oggi è il numero uno al mondo nel campo dei filati ma per raggiungere questo traguardo sono stati necessari sacrifici e studi, senza mai fermarsi, nemmeno una volta conquistato il posto d’onore. Bisogna muoversi nel campo dell’eccellenza, sempre. Cariaggi ha sempre continuato la ricerca di materie prime, macchinari e idee: oggi investiamo in tecnologie ma anche sulla tutela dell’ambiente con studi particolareggiati sui coloranti naturali, tra cui il progetto di riportare il guado, pianta del Montefeltro, tra quei coloranti unici, non riproducibili in laboratorio.
Dobbiamo capire che non servono grosse produzioni a basso prezzo, rivolgiamoci alla fascia alta e all’eccellenza: non è facile ma dove se non qui ci sono le condizioni per farlo? Ricordate che ci portiamo in dote 60 anni di esperienza che si trova solo qui. Oggi gestiamo 260 impiegati e 104 milioni di fatturati, ma nel 1970 si filava la lana che si trovava sul posto, nel piccolo laboratorio allestito da mio padre; già allora però io vedevo lo sviluppo odierno e non mi son fermato finché non l’ho raggiunto”.
Sicuramente non si è mai fermato Gianluca Mei di NeroNote, che insieme a Gianmarco Taccaliti ha fatto della ricerca della “camicia perfetta” un business riconosciuto e premiato a livello internazionale. Nero Note è un sito di e-commerce dove è possibile crearsi la propria camicia su misura online e riceverla a casa in 15 giorni: “Si possono realizzare fino a venti miliardi di camicie diverse sul sito, sono tre diverse per ogni essere umano -spiega Mei-. Tutto quello che conosciamo dell’abbigliamento oggi viene dalla distribuzione tradizionale: le taglie, l’omologazione dei gusti, la ciclicità delle mode. Si risponde a logiche industriali e non si seguono gusti e necessità, ma le semplificazioni necessarie all’industria.
Si sa ormai che il tempo di propagazione nella filiera del tessile è di 18 mesi, troppo. Nell’abbigliamento tradizionalmente sottostiamo a dei vincoli, nel digitale invece i vincoli sono diversi, può esistere addirittura il contatto diretto in tempo reale col cliente. Con la vendita on line abbiamo eliminato gli intermediari e fatto nascere interazione proprio come sta avvenendo grazie alla tecnologia in tutti gli altri settori. Ora il cliente è veramente partecipe della sua camicia NeroNote. Cambia lo scenario: non si parte dall’abbigliamento e lo si porta on line, abbiamo portato in digitale le esigenze del cliente che in primis dà le misure di quello che vuole, una vera interazione uno a uno come dal vecchio sarto ma in tempo reale e in tutto il mondo.
L’alchimia perfetta tra sapere analogici e saperi digitali: è quella la carta vincente”.
È stata poi la volta di un’altra realtà fortemente radicata sul territorio, Moda Italia, rappresentata da Anna Maria Barzi Marzioni, che ha raccontato la storia dell’azienda.
“Non abbiamo marchi di proprietà, siamo storicamente terzisti e distributori, fasonisti.
Lavoriamo con i grandi marchi, quasi tutti francesi, che però quando si parla di qualità non possono non venire in Italia, riconoscendo anche le competenze di questo territorio, anche se poi siamo costretti a mettere la sede amministrativa in Romagna, perché si chiede una zona ricca di infrastrutture come strade, autostrade e aeroporti che qui non ci sono. In questi anni abbiamo imparato che sono 3 le cose richieste dai clienti che vengono in azienda: qualità, velocità e prezzo concorrenziale. Nel 2009 abbiamo accusato fortemente la crisi a causa di tanti clienti insolventi e di una legge che non tutela molto le aziende per cui siamo partiti a una ricapitalizzazione che ci ha fatto bene e ci ha rilanciato sul mercato. Il nostro biglietto da visita? Abbiamo un archivio storico con tutti i modelli che abbiamo creato dal 1988 ad oggi, ormai 9000 capi. Quando gli invitiamo a visitare la nostra collezione gli stilisti vengono con soddisfazione, ed è già ottimo come primo passo”.
Anche Andrea Salvi racconta come è nata The River, azienda nata dopo la crisi dei primi anni duemila: “Siamo partiti quasi 30 anni fa, da un’idea sviluppata tra amici. Il periodo d’oro furono i primi anni ’90 quando il mercato era molto ricettivo e il problema era avere prodotto da vendere per soddisfare le richieste di mercato. La mia azienda crebbe molto velocemente e divenne una delle tre più importanti tra quelle italiane. Nel 2009, complice l’incipiente crisi e i disguidi col mio socio sulla gestione dell’azienda, abbiamo preferito dividerci. Dopo poco ho fondato la The River, azienda di distribuzione di marchi moda e sportwear che collabora con 25 aziende italiane produttrici.
A fine stagione The River ritira la merce dai magazzini e la ricolloca presso dei rivenditori, mettendo a disposizione capi della passata stagione a prezzi scontati. Lavoriamo generalmente su mercato italiano, ma da poco stiamo iniziando a muoverci su Est Europa, Medio Oriente e Cina. Abbiamo dovuto adattarci. Negli anni è cambiata la gestione degli stock: abbiamo visto prima gli outlet village come modelli di business, poi i siti dedicati e la vendita su internet.
Noi abbiamo sviluppato l’idea di catalogo on line, che permette il rifornimento utile al cliente perché riesce a fare i suoi ordini senza spostarsi, senza costi di trasferta e senza tutte le difficoltà per raggiungere la nostra posizione svantaggiata, lontana dai centri del commercio e dalle infrastrutture”.
Ivano Matteucci è uno dei decani della rappresentanza e la sua Matteucci Rappresentanti è una delle prime ditte attive in questo segmento in zona: “Sono passati 40 anni da quanto iniziai -ricorda Matteucci- se ripenso alle origini abbiamo dovuto cambiare tanto per restare a galla.
Siamo passati da ordinativi da 50 milioni a 5 mila euro, per le aziende con la crisi sono cambiati i conti dentro casa e tutti hanno dovuto adattarsi. L’azienda ha svolto anche la funzione di banca per molti anni ma ora i tempi sono cambiati. Oggi abbiamo un lavoro particolare, tra l’incudine e il martello, dovremmo mettere d’accordo le esigenze opposte e non è facile. Negli anni peggiori della crisi siamo riusciti a mantenere una stabilità, abbiamo scelto di lavorare come rappresentanti anche per i negozi: chi viene da noi ha un prodotto di un certo tipo, non andiamo in tutti i negozi.
Ci viene chiesto un compito di consulenti: “cosa andrà la prossima stagione?” Evitiamo questa figura, non è nostro compito e non vogliamo sbagliare”.
Andrea Sassi è balzato all’onore delle cronache per un’idea: unire la sapienza nella creazione di jeans di qualità, cosa che da anni faceva insieme alla sua famiglia, con la ricerca e l’innovazione del kevlar, derivando il perfetto jeans protettivo per motociclista.
“Mi ha guidato la passione da motociclista -dice Sassi- e ho studiato un prodotto alternativo per far fronte alle difficoltà del settore manifatturiero e combattere la crisi. Negli anni ’90 eravamo la Valle del Jeans, dove si producevano quantità che oggi sono incredibili, sono entrato nella ditta dei miei genitori quando è iniziata la crisi: il sistema produttivo non era più adeguato a sopportare l’aumentare dei costi e gli inevitabili minori margini di guadagno. Ho ideato un prodotto unendo il lato fashion e l’innovazione, così ho creato un mio marchio, PromoJeans. Oggi abbiamo 230 punti vendita in Italia e distribuiamo in 30 nazioni a livello mondiale. Ritengo l’innovazione un dettaglio fondamentale. Nella Valle del Jeans si producevano volumi elevatissimi ma si lavorava su pochissimi modelli. Oggi è cambiato tutto, c’è progresso, innovazione, contaminazione e non si può rimanere fermi a metodologie passate. Ripartire però non è impossibile: abbiamo bisogno di sapere cosa facciamo bene e cosa no, servono analisi guidate dall’esperienza e da lì partire con l’innovazione che non è abbinata solo alla tecnologia ma anche al capire cosa serve per ottimizzare costi, efficienza produttiva e margini di guadagno. Molti grandi marchi continuano a produrre qui i loro jeans perché quello che si trova qui, know how in primis, non è ovunque: con quello che sappiamo si può resistere alla crisi, non siamo destinati a dover chiudere tutti.
Conclusioni come sempre affidate a Sabrina Pedrini, docente di Economia della Cultura all’Università di Bologna e membro del comitato scientifico del Distretto Culturale Evoluto “Urbino e il Montefeltro” di Camera Work.
“Qui è di casa la massima competenza e qualità nel settore del tessile. L’aspetto della tradizione non è irrilevante: questi sono settori del mainstream italiano, settori tradizionali, cose che non si possono mettere in discussione a livello mondiale. Pure Eccellenze.
Questo paese è pacificato con la tradizione e deve farci riferimento, non per fare le cose come venivano fatte una volta ma per utilizzare questa come fonte di conoscenza per fare bene le cose di oggi con i diversi strumenti che la modernità ci dà. L’elemento che ricorre è il “diverso”. Il “diversificarsi”, fondamentale se pensate al DCE e a cosa significa.
Dobbiamo far comunicare tra loro realtà diverse e utilizzare tessuti tradizionali per usi nuovi, parliamo di innovazione come processo economico che richiede anche infrastrutture.
Non è uscita la parola “creatività”, che serve per le idee nuove da sviluppare. La creatività nasce da un contesto e l’obiettivo del DCE è di rigenerare il territorio con contaminazioni sempre più diverse tra di loro, per far rifiorire proprio la creatività. Oggi si parla di “crossover”e noi dobbiamo considerare gli effetti trasversali generati dall’interazione tra soggetti che vengono da categorie differenti, non si tratta più di cultura staccata a sé ma di attività culturali che rigenerano un territorio
come elementi che stimolano l’industria creativa”.
Romina Pierantoni, presidente dell’Unione Montana Alta Valle del Metauro capofila del progetto, ha il compito del tirare le somme dell’incontro: “Abbiamo centrato l’obiettivo di tornare a parlare di tessile nel territorio, assieme a tanti protagonisti, erano anni che non accadeva. Questo incontro rappresenta il punto zero da cui ripartire per studiare un futuro che deve essere condiviso con imprenditori, associazioni di categoria e tutte le aree interne. Oggi il Distretto Culturale ci invita a riflettere su quello che abbiamo: un territorio unico e ricchissimo da tanti punti di vista, persone valide che hanno fatto la storia del tessile e il valore del “saper fare” che in nessun altro luogo è vivo come qui. Ora dobbiamo ricompattarci e sono sicura che le condizioni per tornare grandi esistono”.

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